Breve valzer dei miei vorrei

Vorrei conoscere tutte le filastrocche del mondo.

Le intreccerei e le farei girare in tondo.

Vorrei indovinare la ricetta della pace.

La cucinerei ogni giorno: in salmì, al vapore e sulla brace.

Vorrei aver scritto Via dei Matti Numero Zero.

Nelle piccole cose è sempre nascosto un mistero.

Vorrei non generare amarezze e delusioni.

Son cose da rozzi, maldestri e cafoni.

Vorrei saper spremere dall’orgoglio delle scuse sincere.

Nei giorni maleducati e nelle sere nere.

Vorrei sapere il significato di ogni parola.

Sarebbero perle di una collana d’aurora.

Vorrei degli istanti d’ali di farfalla e code di sirena.

Vestire le esuvie degli altri può dare una visione più piena.

Vorrei apprendere ogni meraviglia di natura.

Ma pure ogni sua presunta bruttura.

Vorrei cucire una coperta di raro incanto.

Basterebbe intessere in una trama tutta la bellezza che mi vive accanto.

 

 

Pantaloni neri al vento

Il mio onomastico agostano ha un sacco di vantaggi, tra cui svetta il fatto che se lo ricordano in molti perché il mio nome mi lega indissolubilmente a una donna di una certa fama, una fuoriclasse della santità. Santa Chiara non solo ha fatto coppia fissa con la superstar dei santi di tutti i tempi, mio personale idolo adolescenziale, ma fa pure il paio col patrono delle stelle cadenti. Impossibile dimenticarla.

Personalmente ricevo più regali e auguri che al mio compleanno, che, cadendo poco dopo  Capodanno, soffre tremendamente dei buoni propositi di sobrietà che seguono i bagordi natalizi.

La ricorrenza quest’anno ha fatto affiorare i ricordi di una persona in particolare: il parroco del paese di campagna dove ho festeggiato tutti gli onomastici della mia infanzia.
Don Roberto è fra quelli che non mancava mai di farmi gli auguri e spesso era tra i primi, dato che la canonica affacciava sul giardino di mia nonna. Per la precisione quel che affacciava era il filo da stendere di Don Roberto, con la sua serie di calzoni neri al vento. Erano auguri collettivi per me e per la mia sodale di tutte le vacanze di campagna dell’infanzia, mia cugina I., che, sebbene lei ora lo disconosca, aveva un onomastico proprio adiacente al mio. Qualche volta ci comprava una coppetta di gelato, di quelle confezionate, più bi-colore che bi-gusto. Questa era una delle cose belle che ha unito le nostre estati e le nostre vite.

Don Roberto era figlio di emigranti italiani. Nato in Argentina insieme a numerosi fratelli, era stato letteralmente estratto a sorte come colui che avrebbe studiato da prete. Una vocazione guidata dal caso, che lui raccontava candidamente.

Nelle sere d’estate lo si incontrava sui tavolini di Fredo, il bar della piazza, mentre giocava rumorosamente a carte coi compaesani. Rubicondo e godereccio, era autore di leggendari sermoni, alcuni dei quali riproposti identici negli anni. L’incipit di quello su Santo Stefano lo ricordo per filo e per segno, tante volte l’ho sentito nella vita.
Gli stessi compagni di briscola che vedevo col naso rosso di vino e le maniche della camicia arrotolate, li ritrovavo il giorno dopo in chiesa con gli abiti della festa perfettamente stirati.
In genere chiacchieravano sul sagrato per poi entrare al Sanctus – in genere intonato da un vecchio giradischi gracchiante- e continuare imperterriti a chiacchierare. Sulla navata destra, ché a sinistra c’erano le donne.
Non era infrequente che, nella solennità della celebrazione, fasciato dentro ai suoi paramenti dorati, Don Roberto li riprendesse dal pulpito con dei “Vè (tipico intercalare del luogo), Semino (tipico cognome del luogo), adesso stai un po’ zitto”.

Di Don Roberto era la voce che si spandeva per il paese dall’altoparlante dopo che le campane avevano suonato lungamente da morto nei rarefatti pomeriggi col sole a picco. Cominciava con tono piuttosto professionale, declamando con voce lenta e solenne: “È deceduta (seguivano cognome e nome)… di anni (seguiva età)… vedova di (seguiva nome del defunto marito)” per poi virare verso più prosaici e spesso dialettali “ma sì, era quella lì che abitava vicino al cimitero“.

Ogni tanto partiva per l’Argentina, poi ritornava a giocare a carte da Fredo e a stendere pantaloni neri al vento. La sorte di esser prete l’aveva forse accettata e tutto sommato interpretata con una certa maestria. Sicuro era uno che potevi dire far parte di una famiglia, della famiglia che mi sembrava essere, allora, quel piccolo paese arroccato su un’altrettanto piccola collina.

Inclassificabili: di quelle cose che, no, non puoi proprio confrontare.

Statistiche sulle performance lavorative, grafici sulle variazioni settimanali di peso e massa grassa, numero di like sui post social, ore settimanali lavorate, prodotti venduti, lettori raggiunti, distanza percorsa di corsa, il tenore degli stipendi: i numeri ci hanno in pugno, sono il metro con cui ci prendiamo l’un l’altro le misure, la lente attraverso cui autofabbrichiamo le nostre implacabili idee di sé.

Ci sono però delle cose che non possono essere messe in una classifica, che non possono servire a paragonarci al resto del mondo.

La stanchezza. Spesso rubrico gli improvvisi scrosci di pianto immotivato sotto la definizione “piccola, stasera sei davvero tanto stanca“, frase che immediatamente desta un’escalation di autodenunce di superiore stato di sfinimento, condite da “sì, ma io di più“. Ognuno merita il suo riposo, senza necessità di giustificarsi. Lo dico a loro per dirlo a una certa parte iperattiva e spietata di me.

Il dolore. Quelle cose che popolano lo spazio tra la mente e il cuore, specie se sono scure e si piantano nella gola non possono essere oggetto di classificazione, ma solo di lenta, autonoma e paziente digestione.

La fatica. Mi è capitato spesso, nei momenti di grande sforzo di guardarmi attorno e cercare sollievo nel primato della fatica. O, al contrario, essere presa a termine di paragone. Mi è successo, per dire, diverse volte di ascoltare mamme stremate affermare: “Però due figli vicini sono molto più faticosi di due gemelli“.  Non subito, ma dopo un po’, ho capito che una mamma ha solo bisogno di sentirsi dire: “Sì, è vero, deve essere davvero faticoso avere due bimbi vicini ma non coetanei, con desideri e bisogni diversi, sei davvero brava“. Che il sollievo alla fatica non è davvero dato il primato, ma dal riconoscimento di quella fatica.

Il bene. Una delle poche cose al mondo per la quale vale il superlativo assoluto condiviso. Signorina A, Mademoiselle C, Miss T, quelle stesse creature che producono rumorose rimostranze se ricevono un grissino di un millimetro più corto di una delle sorelle, non fanno una piega quando dichiaro apertamente che voglio a ognuna di loro tutto il bene che esiste in tutti gli universi esistenti. Tutto l’amore che c’è, disponibile in misura unica e totale, per ognuna. C’è da dire che difettano leggermente di senso della verosimiglianza (- Per Natale, bimbe, quest’anno vorrei un braccio e una mano in più, identiche a quelle che ho già–  – Sì, mamma, aspetta che lo scrivo. Okay, fatto-), ma a me la faccenda pare poetica uguale.

Quando tra gli inclassificabili potrò felicemente mettere anche la forma del mio corpo, le cose che so fare nel mio lavoro, le cose che non so fare nella vita, i tratti storti mio del carattere, quello sì che sarà da mettere in cima alla lista dei miei giorni migliori.

 

 

Pensieri dall’ombelico

Proprio sul finire della valle chiusa dove trascorriamo i giorni di ferie d’agosto ci sta un santuario, al colmo di una salita di oltre 400 scalini immersi nell’ombra di faggi secolari.

Al termine di questa salita ti può capitare di ascoltare le parole di un sacerdote schietto, scarno e diretto. Parole dette da uno che ha veramente a cuore la crescita spirituale di chi l’ascolta e che, in virtù di questo desiderio senza fronzoli, non usa edulcoranti verbali. Anzi, tende a sferzarti, nel tentativo fraterno e crudo di svegliarti.

Ecco, ti può capitare di ripercorrere gli scalini in discesa riportando degli ematomi emotivi che ti fanno dolorare i passi e scricchiolare le giunture. Non ci si va con intento masochistico, ci si va come dal dentista come quando hai un ascesso. Il trapano a riparare una corona cariata è una specie di male necessario. Come fare la doccia scozzese dopo la sauna, per dirla un po’ più radical chic.

Questo scafato signore, che, mentre chiacchiera dall’altare in abiti civili finisce per indossare scarni paramenti e invitarti ad una tavola comune, dice al tuo cuore delle verità brutte e belle al tempo stesso. Brutte perché hanno delle spine, belle perché profumano potentemente. La verità fa male, si sa. Però, è la verità e con la verità c’è poco da discutere, negoziare, profferire dei “ma sì, però”. La verità ha un profumo potente.

Il sentimento religioso l’ho respirato e interiorizzato sin da bambina. Negli anni ho avuto modo di viverlo, condividerlo, criticarlo, allontanarlo, deriderlo, ignorarlo e ritrovarlo altrove. So di avercelo, so che se anche volessi non riuscirei ad annientarlo. Poi, figurarsi, neanche lo voglio, cancellarlo. Ce l’ho, dimentico talvolta di cambiargli la sabbietta e rifornirlo di acqua fresca, ma lo sento, me lo porto in giro un po’ dappertutto.

«La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” recitava al lettura, senza mezzi termini.

Io è proprio quella persona che adoro far riposare, mangiare, bere e divertire, nella mia piccola e innocua vita. Io fatica talvolta, investe energie, certo, ma molto in vista del poter godere di ciò che ha ottenuto. Io desidera che gli altri riconoscano quanto è mediamente carino, divertente, intelligente. Io è un tipo normale, molti Io sono così, non c’è di che vergognarsi.

Se non avessi salito quegli oltre 400 scalini, mica l’avrei messo a fuoco che investire in Io è un’ottima idea, ma ce ne sono altre da poter mettere in atto. Non so, magari togliere temporaneamente Io dall’ombelico della vita e rimetterlo accanto a tutti gli altri di cui è pari. Tipo che potrebbe essere una buona idea investire in Io ma anche negli altri, nell’apportare un minimo miglioramento di una porzione di mondo leggermente più grande del mio ombelico, per dire. Per lasciare in eredità, oltre alle mie collane balzane, anche un piccolo segno più, dove prima c’era un meno o anche solo uno zero. Sorridendo, rendendo merito ai successi altrui, cedendo il passo a chi è più bravo, allenando la vista a percepire le ingiustizie, mostrando alle bimbe anche le ferite del mondo così da invogliare anche loro a prendersene un po’ cura, parlando di meno, salendo scalini non solo per tonificare i glutei ma anche quello strano senso di assoluto che qualcuno m’ha infilato dentro, da bambina.

La ricerca della bellezza

Le bimbe come stanno?– mi chiede a un certo punto della telefonata un amico che sta lontano.

Non è facile condensare mesi e mesi di tre vite in pochi minuti, ma la persona che me lo chiede è così speciale e vive una vita così particolare che mi ritrovo a rispondergli senza menzionare compleanni, pagelle, chili, centimetri. Nessun numero è in grado di condensare quel che ho da comunicargli a riguardo.

Sono nel pieno della loro innocenza creativa– rispondo – È un incanto e un privilegio stare loro accanto, scoprirne le inclinazioni, intuire dai loro incessanti discorsi com’è che guardano le cose del mondo. Mi sembra così bello, che già soffro della mia solita forma di nostalgia preventiva, per quando cresceranno

Faccio così, come capita a molti: da una semplice domanda tiro fuori una corrente straripante di pensieri. Quegli stessi pensieri che un attento esegeta avrebbe ritrovato in moltissime della pagine che qui ho scritto. I bimbi sono custodi di un gigantesco tesoro di innocenza. Da bimbi, tutti siamo stati inconsapevoli vestali di questo sacro dono. Poi si cresce, ci si corrompe.

Che io soffra già un po’ adesso dell’abbandono dell’infanzia delle mie bambine, beh credo faccia parte di quella sindrome per la quale anticipo sentimenti che immagino proverò. Poi non è che sempre li provi davvero a tempo debito, ma questo poco importa, li ho già abbondantemente vissuti in via preventiva.

Amica mia, lasciale vivere e crescere tenendoti per te questo sentimento– mi dice lui, da lontano, di quel lontano nel tempo, nello spazio, un lontano siderale, di una grandezza di pensiero che ti fa comunque sentire come un privilegio l’averlo vicino nel cuore.

Quel che devi fare– continua – è fare sperimentare loro il bello, tutto il bello che puoi. Il bene, chiamalo come vuoi. Solo così, loro, da grandi e con piena consapevolezza ci ritorneranno, perché lo hanno vissuto. Quanto è bello essere degli innocenti creativi per averlo scelto? Quant’è bella la purezza quando la incontri in persone anziane che magari nella vita hanno sperimentato anche le brutture del dolore?

Lasciale crescere, accompagnale con discrezione a conoscere i sentimenti e le cose migliori che sai– mi dice ancora, parlando non so nemmeno più da dove, da una zona di aria rarefatta dove rimbomba lento il mio ancora acerbo cuore di mamma.

Insomma, se mi cercate, sono alla ricerca di sentimenti belli, buoni e non preventivi, con la migliore delle compagnie che mi potesse toccare in sorte.

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Il profumo della libertà

 

La prima a nominarlo è stata Signorina A.

Poche settimane fa, dopo un piccolo periodo di vacanza, abbiamo salutato il mare passando dai monti e, mentre scendevamo verso pianura, l’abitacolo è stato invaso da un sottile ma intenso profumo come di tigli in fiore, che si spandeva potente dai boschi intorno. Un amico che se ne intende mi ha poi detto che poteva trattarsi di ornielli in fioritura. Chissà.

Signorina A ha smesso improvvisamente di cantare, per richiamare entusiasta la mia attenzione: “Mamma, mamma, lo senti anche tu? C’è profumo di libertà”.

Ieri sera, durante una breve passeggiata in campagna dopo cena, ecco che ha cominciato dolcemente a piovere. Fitte goccioline tamburellavano sulle foglie rigogliose dell’estate.

– Silenzio, bimbe! Sentite com’è bello il rumore della pioggia sulle foglie degli alberi!- dico io entusiasta- mmm, e sentite che profumo!-
– Mamma, guarda che questo non è profumo di pioggia, è profumo di libertà-
– Ah, sì, Mademoiselle C?-
– Sì, sì, mi pare proprio profumo di libertà-
– Sai perchè è profumo di libertà, mamma?-
– No, Signorina A, dimmi-
– La pioggia fa venire fuori il profumo degli alberi e sono gli alberi del bosco che proteggono la nostra libertà. Dentro un bosco tutti siamo liberi-

La cosa buffa è che Signorina A e Mademoiselle C diano per assodata l’esistenza del profumo della libertà. Ma il fatto ancora più singolare è che io abbia dovuto incontrare loro due prima di accorgermene, nella vita.

Prima di accorgermi, dico, che il profumo della libertà l’ho respirato tante volte nei boschi bagnati dalla pioggia, nel vento caldo che viene dal mare e in quello freddo dei giorni tersi dell’inverno, nell’aerosol puntiforme delle cascate di montagna o delle onde sugli scogli, in una passeggiata di notte in città, nelle virgole effimere lasciate dalle stelle cadenti, nella corrente che ti costringe gli occhi a fessura quando corri in bici in discesa, nel nuotare con gli occhi miopi ben aperti nell’acqua verde di certi mari, nel perdere lo sguardo in un campo a bordo strada quando il colza è in fiore, nello stare gambe a penzoloni giù da un vecchio albicocco, nello sfrecciare in auto con tre allegre voci che arrivano cantando dal sedile posteriore.

Anticellulite per cervelli

 

Devo fare assolutamente outing, tirare fuori questo sentimento sotterraneo che mi sobbolle in testa da settimane.

Succede questa cosa che in un periodo che è andato dal tardo inverno fino a tutta la primavera l’attività sportiva e qualche buon consiglio nutrizionale mi hanno permesso di tornare al peso che avevo prima delle mie gravidanze. Ho perso quei sei chili che ritenevo emotivamente superflui, individuando nel magico numero di 55 un eden fisico che, come la quasi totalità delle donne che conosco, non ho mai vissuto veramente.

Ed ecco che quest’anno, ritrovata una forma che effettivamente non indossavo più da sette-otto anni, mi vedo moltissima più cellulite sulle gambe. Parecchia di più dell’anno scorso, per dire.
Le ragioni possibili sono:

  • i chili che ho perso erano unicamente di unghie, capelli, organi interni, pensieri e i quarti sono rimasti invariati;
  • i chili perduti erano di tessuto muscolare, osseo, connettivo, lana merinos, seta e misto cotone, e la cellulite s’è solo concentrata
  • la cellulite ce l’ho situata tra il cristallino e il cervello

Se anche donne molto più intelligenti di me finiscono per affidarsi a chirurghi estetici dissennati, mostrandosi così vulnerabili ai canoni estetici dominanti, mi tocca arrendermi all’evidenza: la mia mente ha subito irrevocabili lavaggi a base di chiappe scolpite da photoshop, horror con protagonisti bucce di agrumi vari, pozioni miracolose di fanghi d’alga.

Urgono antidoti efficaci per conquistare visioni oggettive e serene intorno ai nostri poveri corpi oggetto di foschi pensieri per la sola colpa di essere quel che sono. Che con tutto quel che accade ai corpi di uomo, di donna e di bimbi al mondo, io avrei tanta voglia di guardare le mie cosce con affettuosa gratitudine e non con ingiusto disprezzo.

Pertanto mi autosomministrerò una terapia d’urto a base di:

  • massaggi minchiodrenanti, che mi aiuteranno ad eliminare canoni estetici errati direttamente con la pipì
  • impacchi riattivatori del senno
  • tisane depurative in grado di epurare le tossine incamerate da visioni multiple di servizi tivù sulla “prova costume”
  • inibitori di espressioni ai limiti dell’idiozia quali “prova costume” di cui sopra
  • creme miracolose che faranno tabula rasa di ogni cazzata sulle creme miracolose per i presunti inestetismi della mia pelle
  • integratori di autostima
  • attivatori della combustione degli accumuli di ideali estetici Barbie-derivati
  • monodosi di sticazzi da iniettarmi se mi imbatterò in portatrici sane di perfezione estetica (dubito ne incontrerò in giro, temo si tratti di esseri mitologici viventi unicamente nelle pubblicità dei prodotti anticellulite)

E faccio così: se funziona, il prossima anno, brevetto la cura.